martedì 13 marzo 2012

milano..novembre duemilaundici

in questi giorni mi sono domandata se esite una differenza nel dolore, nel sentirlo. e' una domanda che mi si agita nella mente perche' ancora sono in un limbo ovattato dove non provo nessun tipo di sentimento. mi sento vuota. 
dove il vuoto e' infinito e senza luce. non dovrei neanche pensarci. non dovrei cercare di razionalizzare anche il dolore. il vuoto. il vuoto e' nulla. e il nulla non esiste, non ha bisogno di essere razionalizzato. dovrei smetterla di farmi domande. fermarmi e ascoltare. ascoltare il ritmo del mio cuore. sentire il sangue che mi scorre nelle vene. 

forse ho paura proprio di questo. forse ho paura di sentire quello che sento davvero. ho la sensazione di essere seduta su una bomba ad orologeria...ne sento il tic tac...e so che questa bomba sono io. 

com'e' difficile, enormemente difficile trovare una logica  e un senso al mio dolore. sono ancora in stand-by. controllata. razionale. ho gia' conosciuto la morte, ho gia' ragionato sulla perdita, ho gia' percorso la terra del bho!? so che tutto ha una fine. ho sempre creduto in un laico inizio e ho sempre vissuto l'immortalita' dei ricordi...

ci sono stati momenti sospesi dove per un secondo ho creduto che il tempo si fosse fermato; primo febbraio duemilatre.pause interminabili durate un leggerissimo soffio tra respiri di un corpo che si spegneva da dentro. frazioni di secondi galleggianti in un tempo che non era quantificabile. dove il non senso ti appare reale e il miracolo e' la tua unica speranza. 

in e out. tic tac. dove ad ogni in credi in una pausa bugiarda ma sai che e' solo il preludio della fine. pause sempre piu' lunghe fino a quando il tempo e' scaduto del tutto.e una parte di te non tornera' mai piu'. 

mi sto chiedendo se ci si puo' accorgere che una pausa sta diventando una fine. ci sono malattie che sono solo pause. corridoi verso un qualcosa che non possiamo controllare...qualsiasi sforzo facciamo. ci sono pause che non riusciamo a riconoscere. mio padre l'ha scelta la sua pausa. 

forse e' iniziata molto lontano. sicuramente e' nata molto prima di chiunque se ne potesse accorgere. 

diamo il nome di depressione ad una malattia molto piu' subdola di ogni tumore...diamo nomi ad ogni cosa per trovarci poi delle spiegazioni...ne abbiamo bisogno. goccioline che hanno scavato dentro lentamente. hanno creato voragini talemete grandi che quando sono state visibili ... non eravamo pronti. 

avremmo mai potuto essere pronti? potevo accorgermene? 
cazzo questa e' la domanda che mi rimbalza dentro. 

io purtroppo non credo ad un aldila'. io ho sempre visto la morte come ad una fine. punto. l'ho sempre pensata come la fine di un qualsiasi dolore. ma se ti rendi conto di non soffrire piu', se capisci che il tuo essere carne ha smesso di essere sulla terra accanto ad altri corpi..allora ...forse qualcosa ci sara'... se e' vero che la vita ci riserva delle sorprese ce le puo' riservare anche la morte? forse il pensiero di coscienza, di pace definitiva ci aiuta da vivi? qui?adesso?a mettere in ordine dentro. senza accumulare, o almeno cercare, di vivere senza portarsi montagne sulle spalle?

sto cercando una spiegazione razionale al suo gesto. quante volte gli ho urlato addosso la sua disperazione. la mia. ovattata nella mia ottusita' di figlia innamorata di un padre invincibile. lui e' stato la piu' grande sorpresa della mia vita. 

ci hai fottuti. tutti. 

ho cercato segnali in casa. ho rovistato nei sui cassetti. ho guardato dentro le tasche dei suoi pantaloni. ho chiesto al medico, l'ultimo che lo aveva in cura i risultati dei testi quasi mi aspettassi di leggere, di intravedere qualcosa che neanche loro avessero visto. sempre con la stucchevole presunzione di capirlo meglio di chiunque altro. 
non questa volta. 
o forse mai. 
ha fregato anche me. 
la sua bambina.

quanto stavi male papa'. quanto hai dovuto lottare , fingere, cadere, rialzarti ... sempre con piu' fatica. quanto hai cercato di urlare. urla mute che ti rimbalzavano dentro insopportabii. che maschera hai dovuto portare per tutti questi hanni. che folle fatica che hai fatto. 

dammi del tempo papa'.
dammi del tempo per non essere ancora arrabbiata con me. 
so che non l'avresti mai voluto. riposa in pace papa'. 
saluta la mamma. 

sabato 25 febbraio 2012

giovedì 23 febbraio 2012


Cammino in questi giorni, quel poco che posso camminare nel tragitto tra un parcheggio e una reception, guardando il mare da lontano con un sorriso finto sulle labbra, sommersa da chiacchere inutili che trascinano le mie giornate avanti. 
Novembre e’ ancora dietro l’angolo. E le mie emozioni sono in una riserva lontana dell’anima. So che ho bisogno di tempo e di silenzio. Ho bisogno di non aver paura. Di essere la donna coraggiosa che c’e’ in me. 
“Ma per essere forti bisogna amare se stessi; per amare se stessi bisogna conoscersi in profondità, sapere tutto di sé, anche le cose più nascoste, le più difficili da accettare”.Ed il punto credo sia questo. Ho imparato ad amarmi col tempo. Crescendo e lavorando su me stessa. 
Ascoltando e sentendo il mio corpo cambiare, le mie emozioni crescere. Ho chiesto aiuto quando sono stata sull’orlo del precipizio e con le poche forze che avevo ho preso una strada differente. Su quella strada ho imparato ad accettare anche le ombre piu’ scure. Osservarle per quello che sono e andare avanti. 
Ma adesso il cammino e’ ricominciato…e sulla strada vedo ancora delle ombre. 
Ogni notte, ogni sorgere del sole passo davanti alla foto di noi. Piu’ volte al giorno i miei occhi si posano sul suo viso per cercare di vedere i suoi occhi. Per vedere se qualcosa era prevedibile. Se c’erano consigli che non ho saputo cogliere. Se c’erano richieste alle quali potevo dar risposta. 
Oceani in mezzo a due continenti sanno attutire la realta’ se non siamo in grado di guardare piu’ in la… la mia colpa e’ quella di essere stata egoista? La mia condanna sara’ quella di voler salvare me stessa.
Non mi sono accadute che cose inaspettate. Molto avrebbe potuto essere diverso..se io fossi stato diverso. Ma tutto è stato come doveva essere, perchè tutto è avvenuto in quanto io sono come sono”.. (Carl Gustav Jung) 
O lui o me. 
Lui ha scelto. 
Non c’e’ notte che si presenti. Non c’e’ ora che non gli parli. 
Ma lui e’ morto vero? 
Anche se prendo l’aereo viaggio verso est non riusciro’ a trovarlo vero?

martedì 1 novembre 2011

io non so se il dolore e' qualcosa di privato.
io non so se ho ancora capito il dolore.
forse e' la testa vuota dove i pensieri non hanno una direzione logica... 
dove le emozioni sono confuse e metterle in fila, in ordine ti riesce impossibile.. dove le immagini della mente non si fermano.
dove non riesci ad esprimere con il corpo quello che e' il tuo dentro.
camminare.
le gambe si muovono da sole.
impossibile tenerle ferme.
pensieri...vino
sto bevendo vino
penso a cristian a mattia...la mai vita
lo sentiro' freddo non lo voglio sentir freddo..
voglio il suo odore il mio odore.
mio padre.
ha fatto bene?
ha fatto bene.
lo voleva? ..e allora ha fatto bene.
lui deve decidere.
lui deve stare tranquillo.
lui e' il notro amore.
il mio amore.
mio padre.
io sono lui.
non l'ho sognato.
perche'???
strano
ho sempre sentito quando stava male....
e' per questo
forse stava bene
era sereno.
finalmente.
una cosa.
ci hanno rotto i coglioni per 2011 anni sull'aldila'...che almeno esista per ieri.. per oggi... che veda la marta....
che si rivedano... era il suo unico pensiero. mia madre. la mamma. la nostra.
attesa ...terribile attesa...
la testa inizia a scoppiarmi...
voglio urlare.... non ho urlato.... ho urlato??
sto urlando?
no.
il mio amore e' qui.
ti amo gio. i tuoi occhi......quale dubbio , quale pensiero... noi siamo fortunati... noi ci abbiamo.....
lui ha deciso di andarsene da solo....
cazzone....
orgolgioso
testone
ti hanno messo in un angolo...
non avevi piu' scuse. tutto dipende da te. e hai scelto.
proma avevi ancora un alibi. la malattia. la depressione. diagnostico: non depressione!
tu decidi. tu scegli.
muori.
que mas?
noi. 
io cri, monica gio, mattia..le persone che ti amano..comunque.. sempre. sei stato fantastico.
galli fino in fondo... che merda...
che paura...i demoni... i tuoi.. i miei... dio quanto ti ho adorato..... ti ho ado ra to
il mio papa'. lo sapevi vero?
si lo sai.
abbiamo lottato insieme, tanto..ci siamo graffiati, malmenenati, distrutti... che caratteri... io e te non potevamo mentirci...MAI!. cazzo. mai.
io so cosa senti.
io lo so.
mi fai incazzare solo perche' non me lo hai detto. tu dovevi dirmelo.
me lo hai detto?
non ti ho ascoltato?
mi hai fottuto...cazzo...ce l'hai fatta.
cerco come matta fotografie... ne ho bisogno?
volgio mettere il naso nel tuo armadio nei tuou cassetti....
le tue mani con l'eczema...voglio baciartele...tutto di te urlava...
non chieder mai del perdono.
non hai bisogno di essere perdonato. mai.
sei nostro padre.
un grande padre.
hai solo diritto di stare tranquillo.
sono un egoista...egoisticamente volevo accompagnarti...
ero con la mamma...volevo essere con te...ti amo...
non volevo lasciarti andare non da solo...con la nostra approvazione.
si giovanni galli hai la nostra approvazione.
l'unica soluzione.
la morte.
lara e cristian galli.
i tuoi figli.

sabato 30 luglio 2011

"Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo."  Lev Nikolaevic Tolstoj

ci sono frasi che ci appartengono.
che sentiamo nostre anche se ci vengono regalate.
alcune possono essere tristi o malinconiche all'apparenza, ma in realta' ci creano quello strano disagio interiore che ci fa sentire vivi.
perche' ci fanno pensare.
e' proprio questa la magia che ritrovo in molti libri.
storie che non vorresti mai terminassero perche' ti ricordano senza disturbare che intorno a noi ci sono cose meravigliose che possiamo guardare.
che esistono persone che vale la pena di incontrare.
e che, la maggior parte delle volte, siamo distratti da dettagli insignificanti e privi di reale valore.
ci sono momenti che l'apparente infelicita' che sento mi fa essere migliore. mi fa sentire viva.
perche' mi obbliga a fermarmi.
a riflettere.
e rendermi conto che sono felice.

venerdì 29 aprile 2011

urlo

perché basta così poco per incendiarsi.
perdere il controllo.
non comandare le proprie parole, i propri gesti.
è questa l'ira?
o è follia.
perché allora sono incazzata.
o sono folle.
perché l'amore che provi per qualcuno è così bastardo da mandarti fuori e non ragionare.
sono stanca di lottare contro i mulini a vento e non vedere i risultati.
fare un passo avanti e riessere trascinati giù nel pozzo più nero solo per un impercettibile movimento facciale.
sono stanca di vedere chi mi ha creato annullarsi di propria volontà.
io non ce la faccio più.
essere cieco e ottuso ed egoista.
trincerarsi dietro il fantasma della depressione per far accettare ogni comportamento distruttivo.
verso di se e verso gli altri. e gli altri sono i figli. i tuoi figli.
essere egoisti a tal punto da rifiutarti di vedere il bello che c'è intorno a te.
è possibile.
forse si. ma io non lo capisco.
non lo posso più capire dopo anni e anni e anni e anni di lotta. di comprensione. di terapie e letture. di confronto con chi mi conosce e sa come sono.
per farmi guardare anche da un altro punto di vista. non il mio.
non quello di figlia.
mi sento una vittama?
si.
a volte lo penso.
io sono la sua vittima. e lui è il mio carnefice.
mi succhia il cervello. la logica la mia stabilità.
e glielo permetto. in continuazione.
credendo di riuscire a dominare gli eventi di essere più lucida di tutto.
di essere sopra alle parti.
cretina.
stupida egocentrica.
forse sono come lui.
forse mi basterebbe guardarmi allo specchio e chissà...riconoscermi....

lunedì 25 aprile 2011

i bilanci hanno un senso?


mi chiedo spesso ultimamente se si può fare un bilancio della propria vita. oddio. detta così suona un po' strano, d'altro canto ho solo 35 anni. 
caspita sono già trentacinque!!!!
Cosa dovrei essere? Adulta. si, quello si. Anagraficamente parlando.. e per le scelte che si fanno. Insomma, agire sempre d’impulso è un lusso che da anni non posso più permettermi. E’ molto difficile sapere in quale fase della vita ci si trovi.

A me non è mai capitato di saperlo veramente. 
Di sapere con esattezza o, almeno con un’approssimazione accettabile, che strada stava prendendo la mia vita. La certezza che più sento mia, e qui potrebbe aprirsi una voragine di commenti e precisazioni, è quella di non essermi mai sentita ferma.

Ho sempre avuto la sensazione, sin da ragazza, da adolescente e credo da molto prima, di non appartenere al luogo nella mia esistenza. Mi sono sempre sentita estranea, fuori luogo, fuori tempo. Ma non è la sensazione di timidezza o di difficoltà d’inserimento, è sempre stato qualcosa di più radicato, di più profondo.

La sensazione, che ancora oggi mi sento addosso è quella di vivere, guardare, pensare, sentire, ascoltare, camminare,attraverso luoghi e situazioni che osservo solo dall'alto. Non con distacco. Il distacco è un sentimento che non mi appartiene. Ma l’osservazione sistematica e la cercata comprensione di tutto quello che mi circonda è qualcosa che si può avvicinare al vero.

Anche il mio respiro non mi permette di rallentare, di fermarmi. Se devo pensare a qualcosa di bello, a qualcosa di mio, penso all’altrove. Quello che è altro da me. Un luogo, o un non luogo, dell’anima dove potersi fermare e respirare. Un luogo dove la mente è costantemente sollecitata ad immagazzinare emozioni nuove, dove gli occhi non si possono fermare davanti all’immensità di tutto quello che incontrano.

Mi è sempre piaciuto partire, viaggiare. Le partenze sono sempre state per me un preludio di tutto. Il viaggio inteso come allontanamento dalla vita quotidiana, dalla routine. Ho sempre amato le stazioni ferroviarie. Il loro disordine, la loro fretta. Tutti i luoghi di partenza, di passaggio sono oasi di continua meraviglia per me.

Sin da piccola gli autogrill, durante le soste in macchina con la mia famiglia, hanno esercitato su di me un felice stupore, un'eccitazione epidermica. Mi piaceva scendere dalla macchina, un po’ assonnata e indolenzita e andare incontro a facce nuove, diverse. Odori, sguardi, parole catturate all’interno di frasi senza senso che mi portavano in posti sconosciuti.

Mi è sempre piaciuta quella sensazione di estraneamento che si prova in questi posti. Io mi sento bene in mezzo a persone sconosciute con le quali non ho nessun legame e per le quali sono totalmente estranea.

venerdì 22 aprile 2011

Non so perché si smette di scrivere.
O meglio, non so perché ho smesso di scrivere.
Ma so perché stasera mi è venuta voglia di rimettermi con le dita a schiacciare sui tasti bianchi del mio pc. Prima preferivo la penna. Il foglio bianco.
Un fatto indiscutibile: riesco a scrivere quando sono sola.
La condizione ideale sarebbe con una delle mie musiche da sottofondo. 
I Massive Attack con i mille adolescenziali ricordi, o la calda voce di Eddie Vedder e le splendide parole di Society. La profondità dell’attesa del violoncello di Yo Yo Ma e i ricordi di un bellissimo concerto.
Un pianoforte con i notturni di Chopin o una new yorkesissima ballata jazz… che unisce il tutto: una dolcissima melanconia.
Eh si, che melensa verità femminile. Scrivo quando sono malinconica.
Che Giovanni non c’è credo sia sottinteso.
Dovrei sgridarmi perché in realtà mai, come negli ultimi due anni, nella mia mente non smettono di vorticare pensieri e suggezioni. Emozioni nuove, stralci di vita…la vita…

Da sola dovrebbe bastare a riempire intere enciclopedie ma a volte mi dimentico di quanto è perfetta. Con tutti i suoi casini, i suoi incontri e i suoi disastri. C’è il rimettersi in gioco, il coraggio la follia. E poi c’è il colore del mare e la luce del cielo… stasera il vento… con un odore speciale. Le prime goccioline estive, il sapore dell’umidità. Davvero bello.

In questi giorni mi chiedevo perché mi viene da scrivere quando non posso.
Mentre sto correndo, per esempio. E io corro di rado, molto di rado.

O quando sono in mezzo a un sacco di gente. E non è carino appartarsi con carta e penna e dire scusate mi è venuta in mente una cosa.
E i libri. Ah…i libri…che meravigliosi orgasmi mentali.

E poi articoli di giornale che ti fanno dire: esatto! È proprio quello che volevo dire. Così, come lo hai scritto tu. E il tu in questione è il giornalista che firma l’articolo ovviamente.
Si certo ho scritto qua e la, in questi due anni. In giro. Su fogli bianchi. Dietro a fogli riciclati. Sul pc di Giovanni. Nella quarta di copertina di alcuni libri… vorrei ricopiarli. Dargli un ordine, è che poi mi dimentico. Non so dove li ho lasciati. Forse lo faccio apposta.
E avevo anche iniziato un blog!!!!
O più semplicemente è solo questione di pigrizia.
E se fosse paura?
E se in realtà mi trovo scuse per non leggere mediocrità? Le mie mediocrità.
Perché in effetti ci sta. Amo talmente tanto la scrittura e i pensieri ordinati. Le parole che scorrono una dietro l’altra che forse, trovarle, rileggerle, bleeee …. le troverei noiose, banali. Perché parliamoci chiaro: a nessuno piace essere banali.
Ecco ho divagato. E lo spunto per accendere di venerdì notte il pc è stato solo uno.

Un piccolo insignificante grande gesto. Sicuramente una gocciolina d’acqua…che scorrerà nelle strade…che si mischierà nel mare… ma che mi ha tolto il sonno.
Buona notte.

venerdì 16 luglio 2010

ho smesso di scrivere da quasi un anno. così, all’improvviso. senza preavviso o uno specifico perché. all’improvviso, la pigrizia ha preso il sopravvento e non ho avuto la forza, o la voglia, di combatterla. è arrivata così. silenziosamente garbata. mi ha preso alle spalle, mi ha avvolta, quasi non me ne sono accorta, e un giorno, all’improvviso, ho capito che aveva vinto lei. e devo ammetterlo, non ho opposto una grande resistenza. 

l’ho lasciata infiltrarsi dove voleva. l’ho seguita e ascoltata. l’ho lasciata fare. poi piano piano, ho iniziato a risvegliarmi dal suo magico torpore e un poco mi sono sentita colpevole. non so bene di cosa, quasi avessi rinunciato ad un dovere… mi sono raccontata che non avevo avuto tempo. che dovevo aspettare il momento adatto. perché ho sempre scritto ricreandomi la stessa atmosfera. con le mie certezze ambientali. 

ma non è così. lo so, che non è così. 
eppure non sono riuscita a cacciarla, a metterla da parte. non mi sono neanche arrabbiata. me la sono vissuta... mi sono crogiolata della sua (o mia) assenza di volontà portata sempre avanti come scusa. 
mi sono vissuta l’ozio come parentesi emozionale. l’ho usata per cercare di comprendere e assaporare una nuova parte di me ancora da chiarire. arrendersi all’ozio della mente… succede. e così è successo: ho smesso di scrivere. 

perché è di pigrizia che stiamo parlando. non di mancanza di spunti o di riflessioni. solo di banalissima pigrizia mentale. perché mai, come in questo ultimo anno la vita è stata così ricca di cose. tante. e mi fermo a sorridere accorgendomi all’improvviso di quanto ancora, a 39 anni, riesco ancora a sorprendimi di quello che sono, che ero... la conferma, e forse la consapevolezza (se mai l’avrò) che siamo esseri in costante mutamento ed evoluzione. assolutamente irrazionali, mascherati in consuetudini non nostre e che forse neanche ci appartengono.

arroccati in nell’arrogante certezza di poter controllare gli eventi e di deciderne la fine. o l’inizio. felicemente sorpresa di constatare che non saremo mai più uguali a ieri. e che mai potremmo immaginare come saremo domani. questa è vita. questo è quello che voglio vivere. voglio continuare a mettere un piedi davanti all’altro alzando lo sguardo tutt’intorno… guardare le cose in faccia e riconoscerne il vero nome… e continuare a camminare. cercando, e forse trovando. camminando. 

non sono spaventata questa inconsapevole incertezza. non lo sono mai stata. sentire l’adrenalina del nuovo. perfetta. quasi rassicurante. non si può avere paura del futuro, dei cambiamenti se riconosci l’imprevedibile impossibilità di programmartelo il tuo futuro. mi piace. 

e così, ascoltando il rumore della pioggia sugli alberi, mi rimprovero dolcemente di non aver preso la penna in mano più spesso o acceso il pc per memorizzare quell’attimo, quel pensiero, quell’incontro.. controsenso. 

so che non dobbiamo congratularci troppo con noi stessi , che si rischia di inciampare in trappole di arroganza ma riconosco che quest’assenza di paura, questa voglia di continuare a cercare parti di me mi ha fatto camminare con gli occhi aperti. che questo tuffo nella mia nuova vita mi sta regalando nuove risate, nuovi occhi, un nuovo pianto, un nuovo sentire, una nuova parte di me. 

sono felice. non so se è un’affermazione o forse più una domanda. non lo so. come non so assolutamente la risposta. ho sempre avuto paura di dire si, sono felice. affermarlo con la certezza che in quel preciso momento che ti escono le parole di bocca o che le lettere prendano forma in parola su uno schermo o sulla carta la tua felicità sia tutta li… esclusivamente in quelle lettere che ne formano il significato. io so che ci sono. oggi mi basta questo. è una conquista. 

sono dove voglio stare oggi e con la persona accanto che adoro e amo di più ogni giorno che passa. mi sono accorta che il tempo passava e che c’erano state troppe parole non dette e tanti sguardi non ricambiati. mi sono accorta che non c’è gradualità nell’accadere delle cose. le cose, quando capitano, capitano. così, banalmente. e non è nemmeno che puoi accompagnarle, impedire che ruzzolino trascinandoti con loro. non si possono fare andare piano le cose che capitano… la vita…non si può controllare o gestire. forse nemmeno capirla. 

non ci credo che la vita cambia un po’ alla volta. o cambia, e fai in modo che cambi, o rimane la stessa. semplicemente. puoi trovarti mille spiegazioni, trovare risposte a domande che ti ronzavano nella testa, trovare delle cause, e ti convinci che il cambiamento era lì, nell’aria. ma in fondo non lo sai perché la tua vita è cambiata. non conosciamo sempre le ragioni delle cose. io voglio accorgermi che la vita mi sta passando accanto.

lunedì 12 aprile 2010

ma ci fa così paura amare?



ma ci fa così paura amare? abbiamo ancora così paura a donarci a questo sentimento così incomprensibile? l’amore fa paura perché è enormemente sopravvalutato come soluzione alla solitudine. forse perché implica mettersi in gioco, perché si pensa che si potrebbe soffrire troppo se l’altro ci lasciasse. sappiamo perfettamente che la paura è il nome che diamo alle nostre incertezze, alla nostra insicurezza che proiettiamo sull’altro che facciamo diventare un nemico pericoloso. allora sogniamo amori idealizzati e perfetti, fuori dal reale; oppure scegliamo persone sbagliate per continuare a emozionarci pur rimanendo autonomi. 

perche anche di questo abbiamo enormemente paura: di perdere la nostra autonomia. ma quale poi? 
autonomi di decidere quando mangiare? 
se andare o no al cinema o ad una cena di natale? 

forse qualcuno di noi ha paura della vita. semplicemente questo. e quindi ci si mette "in due" per proteggersi da essa. 
altri temono l’amore e si accontentano di rapporti distanti, formali, di facciata, in cui si rimane uguali a se stessi...se stessi... in cui non si chiede né a sé né all’altro di mettersi in gioco nel rapporto. è proprio per questo che quando spontaneamente finisce l’eccitazione della novità ci troviamo con la nostra unione vuota, senza niente che ci tenga insieme. e da li la voglia di ricominciare da un'altra parte, di provarne un'altra. di ritrovare quell'emozione che ci ha fattodistrarre dalla nostra vita.

le relazioni d’amore sono decidibili e determinabili? credo che no.
noi umani non ci comportiamo in maniera prevedibile come un tostapane o un’automobile.
per fortuna.
un tradimento può sempre avvenire, una distrazione, un incontro più importante, un brivido improvviso e difficile da lasciare andare. il futuro non è sotto il nostro controllo ma proprio questo è il bello.
vivere per scoprire quello che potrebbe accadere un po' più in la...
diamoci del tempo...
c’è poi un minuto di sospensione tra quello che il futuro ci propone/impone e il nostro arbitrio.
c'è la possibilità di dire ci sto/non ci sto/proviamo di nuovo. purtroppmolto spesso non siamo consapevoli che non ci sono rischi nell'amare.
non siamo consapevoli che rischiamo meno che nello stare in una relazione senza amore, che può deprimerci in maniera irreversibile...lentamente.
decidere di amare, di lasciarsi andare al sentimento ha invece vantaggi incommensurabili. abbiamo la possibilità di evolvere e maturare.
abbiamo la possibilità di imparare a chiedere, rispettando noi stessi.
e se l’altro se ne va,
se ci manca di rispetto,
se ci offre solo briciole,
se tenta inconsapevolmente o meno di farci del male,
se...se...
noi abbiamo noi stessi su cui contare, sempre e comunque. e questo non dobbiamo dimenticarlo e non è un ripiego. possiamo e dobbiamo contare sul nostro cuore. sulle nostre risorse e sulle nostre debolezze. purché siamo onesti con noi stessi.

ci diciamo chi e dove siamo, cosa dobbiamo migliorare, come possiamo adattarci di più alla vita. non è sulla certezza che si basa l’amore ma sull’investimento che implica curiosità verso l’altro, disponibilità a mettersi in gioco e a investire su progetti comuni, quelli che ci permettono di ballare, cantare, piangere, ridere...insieme.